MASTER IN “Economic Intelligence and cyber security”

 
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L’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Scienze Umane (DiGiES), ha attivato per l’Anno accademico 2019/2020, il Master universitario di II livello in “Economic Intelligence and cyber security”. Direttore del Master è il Professore Massimiliano Ferrara, Direttore del Dipartimento DiGiES. Per maggiori informazioni è possibile rivolgersi al Dott. Pietro Stilo condirettore del master.
 


Dalla Democratura alla Datacrazia

 

SIGAPORE

Foto Peter Muller

 

 

 

 

 

 

Singapore sta progettando un nuovo modello d'ingegneria sociale che potrebbe presto essere applicato altrove, in particolare nelle grandi metropoli come Parigi, o nelle mete turistiche di primo piano minacciate del terrorismo, come Nizza o Tunisi.

                                                                                                                              

La mia analisi parte dall'esempio di una città Stato, Singapore, dove il modello di gestione è fondato sulla tecno-etica. Ho definito quest' organizzazione datacracy, perché è una civiltà che si fonda sui dati e apparentemente permette di vivere in un luogo ideale senza rapine né furti, e tanto altro. Tutto è regolato secondo un nuovo ordine che parte dalla raccolta e dall' analisi dei dati.

Il protagonista di questo nuovo modello è lo smartphone, perché ci identifica molto più del nostro passaporto, della nostra carta di credito o del nostro certificato di nascita. Contiene tutto ciò che riguarda ciascuno di noi ed è sempre pronto a condividere contenuti con chiunque abbia le giuste capacità tecniche, anche se non possiede requisiti giuridici o diritti legali. A tutti gli effetti, il nostro smartphone ci rende trasparenti e molto vulnerabili, certamente sarebbe meno pericoloso girare completamente nudi in un parco.

Ormai è di dominio pubblico che il microfono del nostro smartphone funziona anche quando la nostra conversazione è terminata (penso a Siri per l'Iphone). Ogni nostra parola, i suoni intorno a noi, i nostri movimenti sono registrati. Sebbene tutto ciò possa apparire estremo, dall'arrivo di Internet abbiamo iniziato a perdere privacy e anche il controllo delle nostre idee, scritte o discusse, e presto, forse, perderemo anche l' esclusiva sui nostri pensieri. Smartphone migliore amico o peggior nemico? Alla domanda cerco risposte da un po' di tempo, perché le tracce che ciascuno di noi lascia sono raccolte da banche dati e poi riutilizzati per tanti scopi.

Questo sistema può sembrare scandaloso da un lato, ma dall' altro può anche essere parte di un destino ineluttabile. In effetti, quello che sta accadendo dopo l' adozione globale di Internet è una graduale diminuzione delle libertà civili e delle garanzie che associamo con l' idea di democrazia occidentale.

La Privacy svanisce più velocemente nelle società, dove le garanzie per l' individuo sono meno sacre o addirittura inesistenti, ne è prova l' evoluzione di Singapore dove Lee Hsien Loong, figlio di Lee Kuan Yew, continuando l' opera del genitore ha abilmente usato la tecnologia per mettere sotto sorveglianza permanente i suoi cittadini e guarda caso Singapore è la città Stato con il più alto tasso di penetrazione al mondo di smartphone.

Le ragioni possono essere buone, o cattive, e spesso il fine giustifica i mezzi, come insegna Macchiavelli.

Infatti, una cosa è certa, Singapore si pone come Stato precursore del controllo urbano attraverso la sorveglianza fondata su Big Data e smartphone. Un modello di vita basato sulla tecno-etica che può essere non ideologicamente corretto, ma è coerente con i tempi moderni.

I cittadini di Singapore, come la maggior parte di noi, trascorrono molta della loro vita attiva di fronte a uno schermo, lasciano tracce: sono geolocalizzati, si sa cosa scrivono e dicono. Le istituzioni di Singapore hanno deciso senza pudore di fare pieno uso di tali informazioni al fine di garantire ordine sociale e comportamenti corretti.

Nessuno sporca la città, nessuno trasgredisce la legge.

L' evoluzione parte tra il 1965 e il 1990, quando Lee Kuan Yew (premier e padre dell' attuale capo di governo), istituisce regole draconiane per ripulire la città e per gestire le tensioni tra i quattro gruppi etnici che popolano Singapore. Ecco alcune imposizioni: - vietato masticare chewingum fuori casa; - Non sputare per terra; - Multa per non avere scaricato un bagno pubblico; - Bacchettate sulle mani per gli autori di graffiti; - Fustigazione per gli atti vandalici.

Tutto ciò riguarda lo spazio pubblico, non mancano le regole per quelli privati: - Nessuna pornografia è permessa; - Il sesso gay è illegale punito con due anni di carcere; - È illegale camminare nudi in casa fuori del bagno.

Questo regime è 'democratura', cioè un sistema vigoroso di leggi e ordine, che la maggior parte, ma non tutti, i soggetti accettano per i suoi evidenti vantaggi. Se vale «quando sei a Roma, fai come i romani», lo stesso vale per ogni altro Stato sovrano.

Datacracy o 'governo di algoritmi'? Singapore è una città che vuole diventare intelligente a ogni costo, l'imposizione di una trasparenza completa permette di sapere il più possibile su tutto e tutti. In effetti, Lee Hsien Loong, salito al potere nel 2004, implementa nuovi divieti e telecamere di sorveglianza un po' per tutto.

Siamo alla ricreazione di Argus, il gigante della mitologia greca che tutto vede con i suoi 100 occhi. L' attuale capo del governo ha sostituito la democratura del padre con la datacrazia: siamo al 'governo dell' algoritmo'. E questo significa che dai dati raccolti e analizzati viene automaticamente il responso e, nel caso, la pena.

 Il 'Wall Street Journal' ha riportato che la Smart Nazional Platform (Snp) lanciata dal primo ministro Lee Hsien Loong, si basa su nuovi sensori e telecamere poste su tutto il territorio di Singapore. Loro scopo è di raccogliere dati e informazioni per consentire al governo di monitorare ogni azione o evento, controllare pulizia degli spazi pubblici, tassi d' inquinamento, densità di folla e movimento di tutti i veicoli immatricolati.

La sorveglianza è completa grazie ai dati raccolti da smartphone, social media, sensori e telecamere pubbliche. La sorveglianza permanente è tecnologica e umana, in ogni caso il sistema assicura l' immediato giudizio, il verdetto e l' esecuzione della pena (multe o peggio).

Le persone sembrano essere soddisfatte della situazione, che assicura pace e ordine, pulizia, e attrae investitori. In più, salute e tutto il benessere possibile sono garantiti per la vita. Si respira un senso di armonia sociale di cui i cittadini di Singapore sembrano essere orgogliosi.

Tuttavia, non mancano le critiche di un certo numero di persone contrarie al sistema. Una frangia di dissenso già sotto stretta sorveglianza. I critici sostengono che l' uso di Internet non è sicuro e quindi le persone tendono all' auto-censura, preferiscono tenere la bocca chiusa. I blogger dissidenti sono perseguitati, Amos Yee (16 anni) è in carcere da maggio 2015 per commenti offensivi.

Ong e stampa libera sono scoraggiati (La tv è un monopolio statale e la stampa è fortemente controllata). La narrazione politica sulla supposta armonia interculturale impera (ma il razzismo continua soprattutto nelle assunzioni). I simboli del passato vengono soffocati da opere moderne, senza rispetto per la storia della città. La storia è riscritta nei testi scolastici per soddisfare la propaganda di Stato.

L' accesso agli archivi governativi pubblici è limitata.

Rifletto su questo processo da qualche mese, e mi sono convinto che ci avviamo al punto di non ritorno di un cambiamento radicale, paragonabile solo al Rinascimento europeo. Questa volta, però, mondiale. Come Marshall McLuhan ha spiegato più e più volte, l' elettricità è l' infrastruttura della rivoluzione: «Dispositivi d'informazione elettrici sono gli strumenti per la tirannia e la sorveglianza universale, dal grembo materno alla tomba. Nasce così un grave dilemma tra il nostro diritto alla privacy e la necessità della comunità di sapere.

Le idee tradizionali legate ai pensieri e alle azioni private sono minacciate dai modelli di tecnologia meccanica che grazie all' elettricità permette il recupero istantaneo delle informazioni, grandi fascicoli zeppi di notizie e pettegolezzi che non perdonano, non c' è redenzione, nessuna cancellazione di 'errori' di gioventù.

 Abbiamo già raggiunto il momento in cui è necessario il controllo e la capacità di gestione che solo la conoscenza dei media e dei loro effetti complessivi sulla vita di ciascuno permette di esercitare».

Programmare la sfera sociale per trovare un equilibrio tra le esigenze di vita privata e quelle sociali alla fine emergerà come questione politica fondamentale. Quali le conseguenze sul comportamento sociale e il benessere del popolo?

Alla luce di quanto sopra, possiamo plausibilmente immaginare una nuova etica, tutta da sviluppare, in cui gli interessi della comunità prevalgono su quelli individuali. Tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi se la datacrazia è meglio della democratura rispetto al potenziale tirannico di un governo dei Big Data.

Un' altra importante domanda riguarda noi tutti: che sia meglio o peggio, abbiamo ancora una scelta in materia?

 di Derrick de Kerckhove

Testo pubblicato da “Avvenire”

a cura di Pasquale Rappocciolo

 

 


"Siamo al disastro perché ci siamo illusi di integrare l'islam" Il politologo Giovanni Sartori sul politicamente corretto: "La sinistra non ha il coraggio di affrontare il problema"

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Giovanni Sartori, fiorentino, 91 anni (quasi 92), considerato fra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, da anni è attento osservatore dei temi-chiave di oggi: immigrazione, Islam, Europa.

Professore su queste parole si gioca il nostro futuro.

«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...

«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?

«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?

«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?

«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?

«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?

«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita.

Pensi all'India o all'Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...

«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo...

«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?

«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l'Europa cosa fa?

«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?

«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l'Islam?

«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima»

Luigi Mascheroni      il Giornale